martedì 12 febbraio 2013

De levitate, de onere et de palaestra


Disclaimer: il seguente post sarà molto diverso da quelli scritti finora. Non tratterà, se non marginalmente e tangenzialmente, di esperienze di vita vissuta; bensì il fulcro di questo post saranno riflessioni emerse dopo diversi giorni di elucubrazioni, o come diceva il Re dei lemuri di Madagascar: "dopo tanto cosare di cervello", circa alcune attitudini mie e atteggiamenti di altri. Essendomi scocciato da tanti dettagli che enuncerò nel post, ho deciso di mettere nero su bianco i risultati di questa analisi che si manterrà teorica e seguirà l'evoluzione del Geist descritto nella dialettica hegeliana, ma non disdegnerà risvolti pratici. In altri termini, alcuni potranno pensare "ecco il tazza che come al solito ci sbobina chilometri di seghe mentali": sì, solo che io le chiamo riflessioni e secondo me una persona che abbia un po' di sale in zucca e che incidentalmente usi il cervello dovrebbe anche, ogni tanto, fermarsi a pensare. Altrimenti torniamo bestie, e le gabbie dello zoo - basta andare per strada cinque minuti - sono sempre aperte. In conclusione, per la natura strettamente teoretica di questo post, invito una volta di più tutti voi miei cari lettori a impiegare 5 minuti del vostro tempo e scrivere nei commenti un pensiero, una riflessione, un commento in merito a quanto scrivo. Ma sempre senza usare mezzi termini, perché le cose o si fanno bene o non si fanno.
Ringrazio, in conclusione, una persona a me sì cara che mi ha suggerito due dei tre termini che fungono da filo del discorso e che, involontariamente, mi ha messo nelle condizioni di pensare un po' circa questi argomenti. Thanks a lot.


Parte prima: De Levitate.

Inizierei approfittando del Castiglioni-Mariotti rintracciato online per dare una definizione alla parola Levitas:

(fig.) leggerezza, incostanza, volubilità: mobilitas et levitas animi, volubilità e leggerezza di carattere, CAES. B. G. 2, 1, 3.
(fig.) futilità, inconsistenza, frivolezza: amatoriis levitatibus dediti, dediti ai frivoli piaceri dell'amore, CIC. Fin. 1, 61; opinionis levitatem confutare, dimostrare la futilità d'un'opinione, CIC. Nat. deor. 2, 45; manet in rebus temere congestis quae fuit levitas, resta nel materiale malamente accatastato la primitiva superficialità, QUINT. 10, 3, 17.

Di questa parola, che mi fu suggerita poco tempo fa, rimasi colpito. L'idea, in fondo, che mi venne data era estremamente semplice: take it easy, od usando un linguaggio più forbito - che amo tantissimo - "Ste, è che tu dovresti usare Levitas, poi si vedrà". Chiaramente l'assunto del discorso era cosa fare quando si esce fuori, si conosce una tipa e si tenta di essere tonici ed arrembanti. Giusto, pensai dopo aver letto quel messaggio, non posso negarlo. Il discorso però è che io in questa porcheria mi sento molto a disagio: rifuggo la levitas, nel limite del possibile. Per orgoglio? Non direi; per vanagloria? Nemmeno, visto che vanagloriarsi di un disastro nella socializzazione coi cromosomi XX sarebbe come stappare un vino di Borgogna sul fallimento social-sessuale; per quale ragione dunque? Beh, semplicemente perché senza levitas mi trovo decisamente più a mio agio. Easy way, man. Ne racconterò una per dimostrare cosa intendo dire e di seguito parlerò del più grande maestro di levitas che abbia mai conosciuto.

Ero a Monaco di Baviera l'estate passata per un corso di tedesco. L'ultimo fine settimana, una tipa russa - della quale mi ero un po' invaghito, soprattutto perché mi sembrava papabile e non di quelle fighe megagalattiche per le quali, as usual, avrei solo registrato l'ennesimo due di picche - mi invita ad andare in discoteca. Dilemma becero: odio andare in discoteca, ma è l'ultimo fine settimana e vorrei provarci con te, che fare? Torno a casa dopo la proposta, chiamo il mi' babbo, gli spiego la situazione, e mi dice: se vuoi andare, vai; se non vuoi andare, rimani a casa. Ovvietà? No, perché alle volte le cose più normali sono le soluzioni più efficienti ad un problema. Grazie babbo, io vado, seguendo alcuni consigli circa le cose da fare: levitas, levitas e ancora levitas (seguire un consiglio mesi e mesi prima che mi venisse dato: succede solo ai migliori). In discoteca mi muovo con l'eleganza di un elefante in cristalleria, ma il mio mantra è "danza e sii cretino - danza e sii cretino - danza e sii cretino - danza e sii cretino - danza e sii cretino e tutto andrà al meglio". E poi succede la cosa che non t'aspetti. La tipa russa (a cui ho pagato l'ingresso in discoteca, a lei e alla sua amica, porca troia, bisogna essere stronzi fino al midollo...) sparisce, rimango a ballare con un amico, il re delle discoteche di Roma, un grande animale da pista da ballo, quando sento improvvisamente qualcuno che praticamente mi spinge il didietro. Mi giro e c'è una biondina, carina, niente di speciale, gradevole, che balla con un'amica. Brava, penso io, e riprendo a ballare con l'amico romano. Dopo un po' succede di nuovo. Mi rigiro, stessa tipa. Probabilmente traducendo il gesto spingitorio in discoteca in parole umane il risultato sarebbe "Danza con me e mettimi la lingua in bocca". Inizio a pensarci su. Dopo venti secondi mi era chiaro perfettamente tutto e so esattamente cosa fare: vado da un'altra parte, contando che ci sono degli altri amici al bancone. Morale della favola: il mio mantra si era disgregato? No, per nulla, ma a me di quella tipa non me ne fregava niente. Chi è? Che vuoi? Perché? In ogni caso la risposta è no: sono contento così, ho i miei piani, e non considero soprattutto l'ipotesi di interessarmi di una persona che conosco... in una discoteca. E oltretutto che almeno mi sia data la possibilità di scegliere. Quando ho raccontato la storia al mi' babbo ha riso forte di disperazione... "Che figlio barbone che ho" deve aver pensato, con tono di disperazione. Quando l'ho raccontato a mia madre e mia sorella devono essersi offese, del genere "TU! Figlio/fratello orripilante! Una donna ti HA CONCESSO LE SUE PREZIOSE ET UNICHE ATTENZIONI, E TU CORRI VIA! BARBONE!!!". Felice di aver messo tutti d'accordo per una volta. For the records, alla fine la tipa russa che mi piaceva è finita a limonare duro con un fotografo della discoteca, anche lui animale da discoteca evidentemente; io sono tornato a casa in bicicletta che pioveva, come nei film. Ma non mi pento di niente. Ed in ogni caso, levitas 1 - Tazza 0.
P.S.: credo che una gag come questa in discoteca non mi ricapiterà mai più in vita mia. E se ricapitasse... me ne andrei come scritto poc'anzi. Differenze sostanziali tra essere e dover-essere.

Ed ora la presentazione del personaggio, indeed vero campione di levitas in ogni senso. Il mio coinquilino, l'unificatore di opposti. Lui è il re della levitas. Come ho già scritto in questo blog, lui è attore, ballerino, commediante, pagliaccio, interprete in diversi Disneyland nel mondo di svariati personaggi tra cui si annoverano Buzz Lightyear e Jack Sparrow. E, chiaramente, unificatore di opposti. Ho come l'impressione che il giovane non sia molto in grado, ormai, di distinguere dove finisca la realtà e dove inizi l'interpretazione di un personaggio immaginario, ma aldilà delle elucubrazioni fissiamo il sostanziale che ho desunto dall'osservazione ravvicinata del personaggio: il re della levitas è colui che parla con tutti senza interessarsi per chi essi siano, a meno di considerazioni eminentemente estetiche: figa = parlare, cofano = cercare una figa per parlare. Il re della levitas è colui che parla, e parla, e parla, e non dice assolutamente niente. E' colui che ti fa pensare: il silenzio, alle volte, è vero oro. E' quello che è instancabile, non si ferma, e soprattutto non si cura, di un minimo di decoro, di un minimo di savoir faire sociale, che non possiede umiltà perché il mondo è suo e solo suo; è quello che ha fatto tutto in vita ed è capace di fare ogni cosa; le regole per lui sono impedimenti, l'azione è tutto; è tutto ed il contrario di tutto; è l'uomo più furbo del mondo, che non chiama la sua ragazza "ragazza" ma "amica favorita" perché è più facile da cambiare o perché usare la parola "ragazza" può implicare un limite nelle relazioni con le altre ragazze. E' quello che scherza sempre, e non esita un secondo a ribadirtelo, anche più volte in un'unica conversazione. Al punto che non si sa dove finisce lo scherzo e inizia la sostanza.

Ma scusate, sarò stronzo io, ma come diavolo fa un pezzente mentecatto così ad avere ogni donna che vuole?

Torniamo alla levitas. Che cosa è questa levitas alla fine dei conti? La leggerezza d'animo e di disposizione, il lasciarsi andare, l'agire con quel pizzico di sconsideratezza, l'idea platonica sopra il Carpe Diem, l'evoluzione del comportamento in un dato contesto affinché sia maggiormente ricettivo e redistributivo, è il desiderio di non dover pensare, è lanciare occhiate fiammeggianti, è sincronizzarsi ad un ritmo monocorde e rassicurante perché ripetitivo, è ritornare alla natura più essenziale del sé.

Come la vedo io? Levitas è quello che indeed mi servirebbe, lasciar perdere, non bilanciare sempre tutto, non pensare prima di agire. E' come ciò che una mia amica mi suggeriva diversi mesi fa, Ste desliga o cérebro, Ste spegni il cervello ogni tanto, perché in fondo molte persone - non pretendo tutte, né la maggioranza, ma invero molte - sentono che per distrarsi, per divertirsi, per amare - o più banalmente per trombare - sia necessario - o desiderabile - abbandonarsi a quello che succede, lasciarsi trasportare, vivere d'impatto le sensazioni, quali che esse siano. Lodevole, veramente, e tutti i santi giorni mi sveglio e dico che vorrei essere così, senza pensieri, senza timidezze o timori, fervente apostolo della risata come unica aspettativa alla fine di qualunque cosa accada in qualsivoglia contesto. Però poi penso che non ne valga la pena. Faccio un discorso molto semplice e lineare. Sono fatto in un modo diverso, che spiegherò nella seconda parte di questo post.

Addendum: questo discorso meriterebbe un'ulteriore approfondimento, ossia: essendo, come facilmente intuibile da quanto detto finora, la levitas esclusivamente centrata sul momento, sull'accadimento, senza costruzione né prospettiva, come si può immaginare un miglioramento, o meglio, una stabilizzazione dei rapporti tra due persone conosciutesi su queste basi? Voglio dire, parto da questo presupposto, appoggiandomi ad una scena abbastanza tipica dei film di guerra di qualche decade fa: un traditore va presso l'esercito nemico per dare informazioni e quant'altro. L'ufficiale di turno ascolta le informazioni e poi spara al traditore uccidendolo. "Se ha tradito il suo esercito, cosa gli impedirebbe di tradire noi?". In che misura una persona può non diventare vittima della sua levitas? E quando soprattutto? Ho come l'impressione, ma mi rivolgo a psicologi o simili per delucidazioni, della naturale ricorsività dei comportamenti: ho come l'impressione che se uno manda a ramengo una relazione per approfittare della buona disposizione di una persona incontrata per caso, non esiterà a fare la stessa cosa con la persona incontrata in precedenza se l'occasione è propizia. E' insomma una prospettiva temporale incrinata, è assenza di fiducia perché non ci sono basi solide per un rapporto di fiducia. E' nei fatti un corollario necessario ma non ridondante circa il comportamento di una persona che è votata all'accidentale e non al costruito.

 
Parte seconda: De Onere.

La parola Onus, -eris in latino parrebbe l'adeguato contrario del termine levitas. Eccone il significato, sempre dal Castiglioni-Mariotti:

(fig.) peso, molestia: mens onus reponit, l'animo depone ogni peso, Catull. 31, 8; divitiae iis oneri fuere, le ricchezze furono per loro di peso, SALL. Cat. 10, 2.

Interessante, peraltro, la citazione di Catullo che ho reso in grassetto, poiché lascia intendere una tendenza alla levitas, l'animo depone ogni peso e vola leggero. Ma personalmente il senso nell'uso di questa parola che io voglio dare è diverso. Il peso, l'onere è il pensiero, è la ponderatezza, è l'analisi, è il tentativo di non lasciare niente al caso, è quasi in rima con l'andare coi piedi di piombo, misurando il terreno, orientandosi e lottando contro tutto ciò che si frappone fra sé ed il sole (cit. Diogene di Sinope), è il sapere cosa si vuole, è il voler volerlo, è sapere cosa costituisce un limite, è il riconoscimento delle proprie aspettative e delle proprie potenzialità, è la costruzione delle fonti per la ricerca, è l'attività inarrestabile delle nostre risorse più eminentemente umane.

Bene, bravo. E cosa si vince?

Beh, a giudicare dalla mia esperienza personale, con l'onus si vince una bella provola fresca e fai i livelli più rapidamente a World of Warcraft, oppure capisci abbastanza in fretta l'interfaccia di Europa Universalis. E vale anche per costruire i castelli Lego, senza perdere i pezzi.

Io credo che il mondo fuori dal mio Mulino-che-vorrei™ tolleri molto poco l'onus. In fondo nell'ottica semplificata di chi per divertirsi o per passare del tempo - o per trombare, non dimentichiamolo - preferisce spegnere il cervello, un essere pensante deve apparire come un alieno di Starship Troopers. O peggio, una persona a cui chiedere la spalla per piangere dopo l'ennesimo disastro sessual-comportamentale fondato sull'esclusione di lucidità nei peggiori bar di Caracas.

Nei fatti l'onus è l'antitesi hegeliana alla levitas, è l'apollineo niciano antipodico al dionisiaco. E' il Geist che esce fuori di sé per cercare una manifestazione uguale e contraria alla sua prima manifestazione. E' l'uomo che ritorna uomo, o meglio l'uomo che diventa πολιτικόν dopo esser stato ζῷον.
Ribadisco: serve per scopare? No, ma niente proprio.

Il problema, e qui divento millenarista, è che non sempre ci è dato scegliere su quali corde suonare la nostra musica. Io per esempio sono un losco figuro che calza a pennello nella descrizione dell'onus, perché, a titolo esemplificativo, mi sento completamente a disagio quando cerco di "lasciarmi andare", vivere il momento, fare la cazzata solo per far trionfare il senso dell'agire; il mondo è decisamente più bello quando si cerca di essere se stessi, tale che nella medesima misura per cui un adepto dello stile di vita leggero si sente compiuto nella risata con cui tornerà a casa dopo aver passato una serata a provarci con tutto ciò che si muoveva, aver preso trentordici due di picche e aver limonato pesante 4 persone, un adepto dell'onus si sentirà rilassato e compiaciuto della scelta di lasciare in tronco una tipa che sculettava su di lui in discoteca mentre torna a casa in bicicletta sotto una timida pioggerellina. Se non che dopo mesi e mesi ci pensa ancora e non è propriamente sicuro di quello che ha fatto. Oppure, usando un altro esempio, un apostolo della levitas non scriverebbe mai un blog come questo, e men che meno scriverebbe un post come questo.

Eppure ci sarà qualcosa per cui l'onus acquisisce senso e significato. Io credo che sia il non cadere nel paradosso. Ossia la coerenza profonda che è evidentemente ingenerata dal pensiero. Affrontare un problema, o meglio, andiamo dritti al punto, una relazione con levitas non dà alcuna garanzia di durata, anzi - vedasi l'esempio del traditore scritto supra. Una relazione fondata sull'onus al contrario, essendo costruita su basi speculative approfondite, dà molte più garanzie di felicità e resistenza: il motto potrebbe essere "affrontare una relazione a mente fredda". Poca poesia e poco romanticismo o sentimento? Stupidaggini, perché con la levitas si ama una persona col disco orario fino a che gli eventi non ci lanceranno per altri lidi, con l'onus si ama col cuore e con la testa. E detto fuori dai denti, è quello che mi sembra quando immagino un giovane pensante a cui gli viene detto "Sei da sposare": di fatto, potrebbe veramente esserlo. Così come lodo per la coerenza alcuni miei amici - come il romano discotecaro di cui sopra - quando dicono "io ho fatto una scelta di vita: io vado in disco e mi diverto, trovo una che mi piace e me la trombo, relazioni al massimo qualche settimana e poi si ricomincia".

Perché poi, il punto fondamentale dell'onus è che non si lascia interessare da qualcosa che non sia previsto. L'aderenza al piano prestabilito, la coerenza emozionale a quanto desiderato induce a non improvvisare, ad abbandonare - usando altri termini - la ragazza sculettante in discoteca in tronco. Perché? Perché non faceva parte del piano, l'attenzione era tutta sulla russa e perché, in fondo, non sono interessato ad una cosa che non conosco. Sia chiaro sin da subito: si può trovare la poesia in un profumo particolare, in un dettaglio del maquillage, nel suono di una parola; nessuno che non abbia una testa particolarmente funzionante può neanche immaginare la bellezza dei piccoli momenti, dei dettagli fondamentali che un'altra persona può manifestare in ogni momento; i particolari possono essere tutto, ma non tutti sono in grado di intenderli. Tuttavia, ho come l'impressione che questa straordinaria capacità di emozionarsi e di avere un quadro ampio dell'altra persona arrivi sempre troppo tardi. Di fatto, è pensiero, non è intuizione. C'è una tempistica che marca molto ma molto male. Accade spesso che se non si approfitta della situazione, l'altra persona decida di tirare i remi in barca, e chi si è visto si è visto. Ed ecco che l'onus non sa che pesci pigliare. Improvvisare? O quê? Incapacità totale, disagio personale, un tocco di disgusto nel pensar di dover affrontare una situazione così come capita, senza preparazione, senza prospettiva. Ma qualcosa andrà pur fatto.

Storiella per concludere la seconda parte del post, dal titolo "Quando un apostolo dell'onus fa cose che non prevede". La storiella, molto breve, è di quando ho conosciuto la mia ex ragazza, Maria. Costei apparve, un giorno, al bar dell'università. Quando la vidi non capii più nulla. Torno a casa, sbobino pippe mentali ed emozioni alla mia coinquilina, e poi passo all'azione. Dopo un mese e mezzo di marcatura stretta, alla fine ci mettiamo assieme. Cosa feci in quel mese e mezzo? Non ne ho la più pallida idea. Nel senso, al massimo mi ricordo che pensavo sempre a lei e che la invitavo ossessivamente a cena da me, inviti che lei rimbalzava al mittente senza arte ne parte. Ma poi, all'atto pratico, non so veramente cosa avessi fatto. So solo che ero completamente fuori di me, e questo, da una prospettiva hegeliana come quella di questo post, implica che da onus fossi passato alla levitas: facevo quello che il momento stabiliva, senza che la mia povera testolina ci mettesse becco (povere le persone che mi stavano dietro in quei frangenti, perché chiedevo loro consiglio sul da farsi, mi consigliavano e io facevo comunque di testa mia per poi lamentarmi con loro: ero un Re Leone). Sta di fatto che alla fine iniziò una storia che sarebbe durata più di tre anni. Ma come al solito, non so come è cominciata. So solo, e l'ho detto a Maria anche diverse volte, che quel mese e mezzo di corteggiamento è stato uno dei momenti più bui della mia esistenza.

In conclusione, come fare per superare l'onus utile per il cavallo buono ma pessimo come starter? Ancora una volta mi appoggio a quanto conferitomi dalla persona che mi ha proposta la categoria di levitas perché, finalmente, si conclude il cerchio con la sintesi.


Parte terza: De Palaestra.

Rivolgiamoci per l'ultima volta al Castiglioni-Mariotti circa il senso che i Romani davano a questo termine.

arte, abilità acquisita con l'esercizio: in quo non motus hic habeat palaestram quandam, in cui questo movimento non denoti una certa pratica della ginnastica, CIC. Or. 228; utemur ea palaestra quam a te didicimus, applicherò quella abilità che ho imparato da te, CIC. Att. 5, 13, 1.

Siamo esseri umani, anche se alle volte dubito fortemente di questa asserzione conoscendo alcuni personaggi che hanno incrociato la mia vita - non da ultimo, i miei vecchi coinquilini. E dato questo assunto, si può sperare, e c'è da crederci, che si impari con l'esperienza. Imparare, migliorarsi, questo è il senso della palestra. Mi diceva una persona, qualche tempo fa, "vai, provaci, avere a che fare con una tipa è una palestra, si impara, si cresce. E magari la persona che un giorno sarà tua sta facendo già ora palestra per arrivare a te" (difficile ricordarsi letteralmente le parole usate in quella occasione, che inevitabilmente ho edulcorato, ma sono sicuro che il senso era quello, e questo è ciò che conta. Se leggerai questo post sappi che quella conversazione mi è rimasta impressa, sul serio. Thanks a lot).

Il Geist rientra in sé, il πολιτικόν torna ζῷον, ma il nome che avrà alla fine non ho idea di quale sia. Mi azzardo rispondendo con un'altra ovvietà, mi sia concesso, probabilmente quello che diventa è semplicemente ἀνήρ, uomo. Con le sue debolezze e le sue forze, i suoi limiti ed i suoi obiettivi, la sua volontà ed il suo libero arbitrio. Ma non è questo il punto. Torniamo al senso, usato hic et nunc, di palaestra. Termine che acquisisce significato metodologico, e sottende un altro assunto: palaestra è imparare, è crescere, è voler creare - leggasi crearsi - un'alternativa. Ma per poter dar luogo a tutto ciò è evidentemente necessario avere la volontà di farlo.

La palestra dell'apostolo della levitas quindi sarà il tentativo di usare un po' di più la testa e piantarla una volta per tutte di pensare che non esistano limiti alla pars agendi, al desiderio di lasciarsi andare sempre e comunque, all'improvvisazione come stile di vita e alla risata come se non ci fosse un domani come fine ultimo. In altri termini, è come quando un genitore rimprovera il figliuolo al grido "Cresci!".

La palestra dell'apostolo dell'onus al contrario sarà il tentativo di uscire dalla stanza dei bottoni, dalle mappe di Risiko e da Europa Universalis. Sarà il tentativo di dire "Non me ne importa niente" e fare una buzzurrata solo per il gusto di fare qualcosa, o parlare a vanvera per ore senza dire niente con una persona sconosciuta. Nel mio caso, è accettare che non vale la pena ricordarsi cosa avevo fatto per convincere Maria che ero la persona giusta per lei, semplicemente è farlo ancora. Sarà uguale e diverso allo stesso tempo come quell'orrendo mese e mezzo, con la differenza che non sarà più orrendo ma semplicemente sarà, ed il risultato non è minimamente prevedibile. Mi ricordo, in questo senso, una conversazione con il caro Zio Mente, credo di poter dire anni fa, in un banalissimo convoglio della metropolitana di Milano. Le conclusioni di quella conversazione, ossia come circuire e approfittare del maggior numero possibile di tipe, fu che semplicemente non esiste una regola oppure un modus operandi speciale. Ogni tipa - ogni persona invero - è diversa dalle altre e solo per questo non vale la pena darsi delle regole. L'unica cosa che conta è l'esperienza e l'apprendimento che si può far d'essa. In altri termini, bisogna iniziare prendendo due di picche a raffica. Andare, sbagliare, registrare l'azione, incontrare l'errore, riprovare. Il resto vien da sé, per due ragioni: si cresce con l'esperienza, con la palaestra, e si approfitta delle leggi dei grandi numeri, per cui a furia di provarci alla fine una scappata di casa si riesce anche a raccogliere. E passo dopo passo la strada finisce in discesa.

Fare palaestra significa, poi, all'atto pratico, alcune cose precise, che vanno ad incidere direttamente l'atteggiamento dell'apostolo dell'onus: imparare ad armarsi in coraggio e forza per affondare i propri colpi, anche quando il tentativo è disperato; un tentativo vale sempre la pena farlo, perché se anche non va bene qualcosa lo si è imparato in ogni caso e perché non sai mai chi ti trovi di fronte, specialmente se l'obiettivo del tentativo è vieppiù misconosciuto/a; fallire una volta non significa fallire sempre: una buona palestra significa far passare lo scossone del fallimento in un'ora e rimettersi alla carica; la buona palaestra è facilmente desumibile da personaggi come l'unificatore di opposti: se riesce a parlare di niente per ore con perfette sconosciute, perché non dovrebbe riuscirci un onus? La sicumera si impara con palaestra, è sufficiente spolverarci sopra un tocco di stile, anche questo è importante, perché l'umiltà e la compostezza sono ottime doti, ma non servono da subito. E su tutte queste cose ci si potrebbe scrivere un trattato, grosso modo come fece Ovidio con la sua Ars Amatoria. Ma direi che è sufficiente, e con il cerchio concluso ed il ritorno all'ἀνήρ, direi che si è detto abbastanza.

Ora spero solo che ci siano interventi intelligenti da parte vostra, cari lettori.

Per concludere citerò due ulteriori frasi, una che mi scrisse una cara amica poco tempo fa che, senza grandi giri di parole né sapendo minimamente cosa mi passasse per la testa, se ne esce con questa frase:

"[...] non disperare Ste, tu lanciati senza pietà....vedrai che qualche figa abboccherà"

Come dire, touché.

E l'altra frase, ottima per la conclusione di questo post, è proprio l'incipit dell'Ars Amatoria di Ovidio. Persone che pensavano al bene degli sfigatoni già 2000 anni or sono. Grazie mondo per creare, ogni tanto, belle persone.

Siquis in hoc artem populo non novit amandi, Hoc legat et lecto carmine doctus amet.


5 commenti:

  1. Caro Tazzao,
    Grazie per questo bellissimo post, il più bello e profondo di sempre! è autoevidente dal tuo post - o self evident se vogliamo fare i realammerigani - il pregio di essere della macrocategoria Onus. Diciamo che un leggendario esponente della levitas come il buon unificatore di opposti - gran nome per un Alchemista - avrebbe scritto un qualunquista: "viva la patagna". Pensiero condiviso eh, ma della profondità di una catena fosfolipidica.

    Permettimi di fare il degustatori di scroti d'annata Tazzao caro, e di apprezzare la perizia e il dovizioso ossequio con cui hai parlato dello Hegel, mio cuoricino imperituro. Ti invito però, in un parallelismo a me molto caro, a pensare che il Dionisiaco con corrisponda veramente alla Levitas, ma più alla sintesi-Palestra. In fondo N. era un pesaculo, e tutta la sua filosofia può essere rintracciata al non riuscire a provarci con le tipe in disco - tristemente più vero di quanto ci piace ammettere... Ma tutte queste amene considerazioni le lascio per una nostra conversazione di persona!
    Non vedo l'ora di vederti bel Tazzao du Portugao!
    Continua a scrivere che i tuoi post sono spassosi come mangiare una Wurstsalad!
    Ale

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  2. Ricevo ed inoltro per manifesta incapacità informatica una risposta scritta da Martina. Ah, non può scrivere commenti qui, quindi ne approfitto per prenderla per il culo.
    Babbiona farlocca! ahahahahhaha! :D

    Essendo la risposta molto lunga ed articolata, la pubblicherò in varie parti. Ecco la parte 1/4

    "Eccomi qui, raccolgo il tuo invito e dico la mia, perchè tanto lo so che anelavi a questo, che attendevi un cenno da persone come me (buahuhaauah, sono la regina del male)! Tu però devi accettare quanto sto per scrivere, se no manco vado avanti! Già perchè ho accettato l'offerta delle piccole comode rate, quindi comincio dalla parte uno. Vorrei però ricordarti che sono semplici opinioni, per carità, quindi all'occorrenza mi fermo. Fammi un cenno.
    De Levitate.
    La cosa che mi ha colpito di più è stato il tuo livore. E quando ci si incattivisce? per esempio quando non si riesce a fare qualcosa, o quando ci si sente feriti nel proprio orgoglio. L'aver giustamente constatato mancanza di levitas ha generato in te una predisposizione d'animo significativa e ravvisabile nelle tue stesse parole: "in questa PORCHERIA mi sento molto a disagio". Bene. Resta da capire se 'sta cosa l'accetti oppure no, ossia se il problema sta nel non riuscire a esser "leggero" oppure se ti infastidisce la "frivolezza" in sè (e perchè). Proseguo il racconto.
    Ti si pone una scelta: andare in disco oppure no per una tipa? Ti dici da solo :"odio andare in discoteca" perciò già avresti risposto al tuo dubbio, o comunque, a differenza di quanto hai scritto, NON hai seguito il consiglio di papà: "se vuoi andare, vai; se non vuoi andare, rimani a casa", perchè CONTRO i tuoi gusti, ci sei andato. Immagino quindi le palle che già girano quando uno fa una cosa che non vuole, per qualcun altro (e senza garanzia del risultato), in un contesto che sa metterlo in difficoltà. La riprova avviene quando ti stai bombardando il cervello a furia di "danza e sii cretino". Dentro, secondo me, stavi già covando parecchio e tra l'altro ti faccio ancora notare che non sai dirti di esser "leggero" (take it easy man!) ma di esser CRETINO. Avanti."

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  3. Parte 2/4

    "Parentesi familiare: "Quando ho raccontato la storia al mi' babbo ha riso forte di disperazione... "Che figlio barbone che ho" deve aver pensato, con tono di disperazione." Ricorre la disperazione, ma non sarà mica stata la tua per l'orgoglio ferito? E poi:"Quando l'ho raccontato a mia madre e mia sorella devono essersi offese, del genere "TU! Figlio/fratello orripilante! Una donna ti HA CONCESSO LE SUE PREZIOSE ET UNICHE ATTENZIONI, E TU CORRI VIA! BARBONE!!!". Felice di aver messo tutti d'accordo per una volta" Pessimo quadretto. 1)Perchè non è vero. Che ne sai tu delle nostre reazioni? Solo immaginazione tua. 2)Perchè io ad esempio manco sapevo 'sta storiella. 3)Perchè sai bene che le affermazioni da te supposte per me e la mamma rispecchiano alla perfezione stereotipi che a te piace tanto cavalcare senza ragione alcuna. Sono stereotipi femministi che non mi sembra ci possano appartenere (io ti avrei semmai detto, come ti sto dicendo, che hai perso un'occasione di limonare duro e stop)ma in questo scivolone maschilista, misogino e anti-familiarista ti ci ritrovo bene, ahimè, e ancora mi brucia. Ma comunque.
    "Ho come l'impressione che il giovane non sia molto in grado, ormai, di distinguere dove finisca la realtà e dove inizi l'interpretazione di un personaggio immaginario"; "E' colui che ti fa pensare: il silenzio, alle volte, è vero oro."; "E' quello che è instancabile, non si ferma, e soprattutto non si cura, di un minimo di decoro, di un minimo di savoir faire sociale, che non possiede umiltà perché il mondo è suo e solo suo";"pezzente mentecatto" mi fermo qui perchè tutta questa ondata di odio non so come descriverla. Ma ti rileggi? E non ti rendi conto che forse forse hai un po' esagerato? Non percepisci che in tutta questa cattiveria c'è qualche cosa che non va? Va bene non apprezzare una cosa o una persona ma quando la si attacca così ferocemente o hai un conto in sospeso con lui oppure c'è un problema, Houston. E fra le altre cose mi sorprende il tuo accusarlo di mancanza di umiltà, quando per come scrivi sembri tu e solo tu avere la Verità in tasca. Voglio dire: ma dove sta scritto che come fai tu è giusto? Che tu abbia quello che tu chiami "decoro" o "savoir faire sociale" corretto? Io penso semplicemente che ognuno abbia il suo: e laddove il tuo fallisce clamorosamente in discoteca, il suo sarà miseria che so, in una situazione in cui c'è da confrontarsi con (adulti) supercolti perchè per come sei fatto gli puoi dare le palate. Però nessuno dei due è il giusto e lo sbagliato. Sono diversi quindi diversamente adatti."

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  4. Parte 3/4.

    "Ancora la Levitas: solo per dire che "è sincronizzarsi ad un ritmo monocorde e rassicurante perché ripetitivo, è ritornare alla natura più essenziale del sé" non mi vede molto d'accordo: 1) perchè sono entrambe affermazioni applicabili a molti più concetti, dunque in qualche modo meno afferenti alla Levitas in senso stretto 2) perchè io un ritmo monocorde e ripetitivo lo posso riscontrare anche nel tuo atteggiamento (non è un atto di accusa), decisamente con poca Levitas. Mentre la natura più essenziale del sè a mio modo di interpretare è la nostra parte più pura, il nostro vero Io, dunque qualcosa di bello e particolarmente "aderente" a noi stessi, appartenente non solo a chi possiede Levitas, e soprattutto nemmeno da usare, come mi sembra di scorgere, ma magari sbaglio, in termini di offesa. Vabbè.
    Siamo quasi alla fine. Tu che dici di desiderare un po' di leggerezza, quella PORCHERIA, e "Però poi penso che non ne valga la pena. Sono fatto in un modo diverso". A parte che sull'ultima frase esclamo: "Alleluja!" perchè ammettere questa differenza significa già forzarsi meno e in questo senso soffrire meno causa auto-violenza. Sulla prima affermazione invece ti ripropongo la domanda iniziale, perchè ancora non si capisce se questa è la storia della volpe con l'uva.
    Ultime due osservazioni: "una persona può non diventare vittima della sua levitas?" ti rispondo facendoti un'altra domanda: "una persona può non diventare vittima della sua non-levitas?". Ovviamente è provocatoria, perchè la frivolezza non è una malattia così come non lo sono tutti gli altri modi di essere, anche se spesso chi non li capisce o non li condivide teme sempre di sì. Pensa che ci sono un sacco di fringuellini che penseranno "ma uno così pesante e rigido può non esser vittima della sua stessa barbosità e chiusura?" e così all'infinito eh! E poi, vorrei farti osservare che talvolta le persone usano quest'arma come semplice "arma". E' il loro fucile, ma non il loro braccio. E' un oggetto, uno strumento, non una parte di sè. Qui torna il concetto del "farci o esserci". Una o uno può esser serio ma all'occorrenza fare lo scemo/a. Forse viceversa è più impegnativo, ma comunque per dire che sì, è tranquillamente possibile che uno NON ne sia vittima, ma anzi che usi questo strumento consapevolmente e talmente bene che tu (ipotetico) che riesci ad immaginare il mondo solo diviso fra belli e brutti lo confondi con l'esserci, e non col farci. (Ti dirò di più, la cosa preoccupante per me è che questa maestria oggi è molto più diffusa di quanto non crediamo)"

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  5. Ed infine la parte 4/4.

    "Last one: Parli di "Stabilizzazione dei rapporti" e "assenza di fiducia perché non ci sono basi solide per un rapporto di fiducia". La domanda è: ma cosa stai cercando? Una cosa seria? Se sì, non credo tu possa contarci molto finchè rincorri ragazze di passaggio nella tua vita e nella terra dove stai. Credo anche che l'ambiente, la situazione in cui ti trovi non ti faciliti affatto: uno scambio continuo di ragazzi, il vai-e-vieni studentesco, e per di più con un'età e una testa la cui levitas non sa più da dove ancora traboccare. E se invece mi dici che a questa qui, di cui te ne fregava qualcosa, ti sarebbe bastato solo infilarle quintali di lingua in bocca, beh, allora come mai mi tiri fuori questi paroloni? stabilizzazione de che? Fiducia de chi? basi solide di 'sti cazzi! Non credo sia il modo giusto per approcciare mentalmente una semplice limonao meravillao.
    E' l'una e mezza, ora stacco, intanto che digerisci la prima pillola amara. Se credi, nelle prossime sere andrò avanti col resto. Baci baci! :) "

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